Menu principale:
Cultura
Dal blog di Daniele Barbieri
http://danielebarbieri.wordpress.com
Daniele Barbieri è un giornalista che scrive abitualmente sul settimanale Carta e sul quotidiano L'Unione sarda. Ha accettato di veder riprodotti alcuni dei suoi testi sul sito della nostra Associazione. Lo ringraziamo per la sua disponibilità.
Poesia
Ken Saro-Wiwa
Un grande scrittore, un difensore del suo popolo. Ken Saro-Wiwa è stato impiccato il 10 novembre 1995 dalla dittatura militare nigeriana (ottima alleata degli Usa) per aver dato voce alla resistenza nonviolenta contro la Shell che dal 1958 rubando petrolio avvelena il delta del fiume Niger. Così gli Ogoni che abitano lì sono uccisi dall'inquinamento e se provano a resistere vengono arrestati, uccisi o costretti a emigrare.
Anche l'italiana Agip-Eni è collusa con il regime militare nigeriano, anche se ha un potere ben minore della Shell. Fra l'altro vale ricordare che nel 1987-88 sono state scaricate illegalmente in Nigeria 3800 tonnellate di rifiuti tossici italiani.
Di tutto questo i grandi media italiani non parlano. Poco è stato tradotto dello scrittore che pure è considerato fra i più grandi del secolo scorso. In italiano si trova solo l'antologia di racconti "Foresta di fiori" (Socrates) e il romanzo "Sozaboy" (Baldini-Castoldi-Dalai).
La vera prigione
(di Ken Saro-Wiwa)
Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E' questo
E' questo
E' questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.
Cinema
"Welcome", "Umberto D"
Oggi parlo di cinema. In particolare di un film recentissimo e assai bello, "Welcome" (visto in sala) e di un capolavoro del tutto dimenticato, "Umberto D" recuperato in dvd.
Per chi non mi conosce, preciso che sono un cinefilo; anche un po' cinofilo ma mi secca se il correttore automatico interviene spesso nei miei scritti a mutare inopportunamente la e in o.
Amo il cinema classico e moderno; quello lentissimo e l'altro spumeggiante, da stress; adoro le cinque K (Kieslowski, Kitano, Kubrick, Kurosawa, Kusturica) ma anche il genere brillante; a volte, se posso, rivedo il film due volte di seguito … perché mi è piaciuto, per capirlo meglio o per godermi la tecnica dopo essere stato ipnotizzato dalla trama; sino a poco tempo fa andavo al cinema anche per pomiciare (ma questo è un altro discorso) al buio; preferisco la sala e il grande schermo ma non per questo rinuncio a vedermi vhs e dvd. Anzi direi che, almeno in Italia, è quasi l'unico motivo per usufruire ogni tanto di un televisore. Di solito, cioè 362 giorni l'anno, mi schiero con quello che cantava Bruce Springsteen: "57 canali in tv e nulla da vedere / così, nel sacro nome di Elvis, presi il fucile / e feci saltare in aria quell'aggeggio".
Se potessi, acquisterei (e regalerei) un mucchio di nuovi e di vecchi film. In questi giorni a esempio nelle edicole emiliane - non so altrove - si trovano a prezzi accettabili (fra i 7 e i 9 euri) classici di Hollywood come "Gardenia blu", "La grande nebbia", "Il paradiso può attendere", "Rivolta al blocco 11" ma anche di altre cinematografie ("La fortezza nascosta", il meglio di Truffaut, le tre serie di "Heimat")… tutti molti interessanti, per motivi diversi, pur se, a volte, il peso degli anni si fa sentire sulla trama o sulla tecnica.
Film difficili da trovare già. Potrei piratare qualcosa - non lo considero un reato -ma sono un cyber-sauro, insomma poco pratico. In casi estremi sono ricorso a "bucanieri" che conosco per farmi regalare qualche introvabile: per esempio quelli del "povero" (di soldi ma ricco di idee) cinema africano o del gran vecchio Mizoguchi. A proposito: se la maggior parte dei critici seri (in Italia anche Mereghetti che apprezzo con riserva e Morandini con il quale ho spessissimo un comune sentire) sostiene essere Mizoguchi storicamente il regista più grande - per quel che possono valere queste classifiche - è davvero stupefacente che i suoi film siano introvabili da noi. Ma lasciamo perdere.
Questa premessa per dirvi che sul blog tornerò a parlare di film (vecchi e nuovi) oltrechè ospitare chi ne scrive, anche meglio di me. Penso a Carlo, a Daniela, ad altre/i…
Ho visto "Welcome" di Philippe Lioret in sala, all'inizio di marzo con Marina e con Kashif, sconvolti come me. Non eravamo gli unici turbati: mai vista tanta gente piangere… per un gol di Cristiano Ronaldo (chi ha visto il film capisce di cosa sto parlando). Non so molto del regista ma "Welcome" è coraggioso e ben fatto: appena trovo la locandina farò come Andrea (che lavora in un ufficio immigrazione della Cgil) e me la attaccherò davanti agli occhi perché … mi resti in mente. Forse non è un capolavoro ma mi pare il film giusto per scuotere un poco i nostri tempi vigliacchi. Colpisce al cuore e più sotto come quel "Milllion dollar Baby" che per certi versi gli somiglia nella forza delle emozioni anche se racconta una storia del tutto diversa o l'altro di sant'Eastwood, "Gran Torino", che invece si avventura su un territorio simile ma che affronta la paura e l'incomprensione dell'altro negli Usa del fascista Bush invece che - come accade in "Welcome" - a ridosso del tunnel che collega la Francia del disgustoso Sarkozy e l'Inghilterra dei laburisti da tempo senza bussola o decenza.
Ve lo stra-consiglio.
Poche sere dopo mi sono goduto in dvd il vecchio "Umberto D": è appena uscito in una serie (curata da Paolo Mereghetti e da Goffredo Fofi) che arriva in edicola a 12 euri e 90. Un po' troppo ma sorvoliamo su questo. Film cancellato dalle sale quando uscì nel 1952: anche per "merito" dell'allora giovane Giulio Andreotti. E poi dimenticato dall'Italia del boom.
Non lo avevo mai visto. Conoscendo la trama potevo pensare allo statunitense "Cupo tramonto" (altro film introvabile) oppure al giapponese "Viaggio a Tokio" più che a "Il posto delle fragole" o a certi film che riescono a far sorridere anche sulla vecchiaia estrema. D'altro canto l'accoppiata fra un regista nel suo periodo "neorealista" (Vittorio De Sica) e uno sceneggiatore geniale (Cesare Zavattini) poteva funzionare come incepparsi. Dovendo dar retta a Morandini era un film da 5 asterischi cioè il massimo (e lui è piuttosto prudente nei suoi giudizi) ma chissà.
Mi sono messo in poltrona e… ho dimenticato tutto. Compreso che, a un certo punto del film, compare per pochi attimi mio padre: ha collaborato per qualche tempo con De Sica (più sul versante tecnico che creativo) ma è una storia che semmai vi racconterò un'altra volta. Se neppure mi sono accorto che nel film c'era mio babbo non è accaduto per distrazione, dissenso generazionale o tardivi problemi edipici. E' proprio che "Umberto D" è un capolavoro, non ti molla un secondo. In qualche punto il ritmo e la tecnica forse sono "datati" ma resta un'opera impressionante, vicina alla perfezione. Il malefico Andreotti non aveva torto a temerlo perché De Sica ha saputo unire una tenerezza incredibile a una tristezza e a una violenza quasi insopportabili. Con tocchi di poesia e ironia indimenticabili come quando il protagonista prima cerca la "tecnica" giusta, poi allunga la mano per chiedere l'elemosina ma si vergogna e appena qualcuno si ferma finge… di scaldarsi il palmo al sole.
Come in "Rosetta" (per citare un film recente che in Belgio è riuscito a mettere un governo con le spalle al muro) il finale si apre a una tiepidissima, esile speranza ma proprio come quello dei fratelli Dardenne "Umberto D" è un film attraversato da "una crudeltà lucida senza compromessi", per dirla con Morandini, ma anche una condanna senza appello del sistema politico oggi dominante. Se il protagonista resiste non è perché trova solidarietà umana ma per non abbandonare Flick, il suo cagnetto.
Dopo l'Italia del bom e poi quella dei diritti, delle lotte, delle speranze viviamo oggi un'Italia di nuovo disperata, arrogante e fascistoide dove gli "Umberto D" cioè i pensionati "di serie Z" affollano le mense Caritas, vengono arrestati (e talvolta quasi muoiono di vergogna) perchè rubano un pezzo di carne al supermercato, vengono sfrattati senza che intorni ci si indigni granchè. "Aiuta lo Stato ammazza un pensionato" era uno degli slogan ironici-paradossali che veniva urlato nei cortei dello scorso decennio quando lorsignori cianciavano (e ancora cianciano) di abbassare ancora le pensioni per sanare il debito pubblico proprio mentre gli stessi si rubavano (e ancora-ancora rubano) la cassa pubblica, saccheggiano il Paese, spendono i soldi di tutte e tutti negli sperperi più indecenti o in qualche presunta azione e/o guerra umanitaria. La loro protezione civile, chiunque può vederlo, è più inefficace di un preservativo bucato eppure gli ignoranti (e molti giornalisti) "fanno ohhhhhhhhhhh" come dice quel tipo che ce l'ha con i gay, non Ratzinger ma quell'altro che canta.
Varrebbe la pena ri-proiettarlo "Umberto D" per quanto è drammaticamente attuale: chissà se qualche cineteca piuttosto che Università della terza età o sindacato lo fa. Ma ovviamente ci vorrebbe ancor più qualche regista di coraggio che aggirando la doppia censura (politica prima e di mercato truccato poi) ci proponga storie simili sull'oggi, nell'epoca del "lavora, consuma, crepa" per dirla con un altro slogan più realista che ironico. Non che manchino in Italia film importanti e riusciti - tale considero "La giusta distanza" di Silvio Soldini, per dirne uno - ma sono una manciata rispetto a quelli che (per fortuna) ci arrivano da fuori. Quei pochissimi italiani e i pochi stranieri talvolta - non sempre - riescono a bucare un mercato che è nelle mani…. ovviamente del signor tessera P2 1816 (alias Silvio Berlusconi) e dei suoi molti amici o sudditi. Perè anche se circolano… non è mai abbastanza, anche perché spesso si ha l'incapacità di valorizzarli, proporli nei luoghi di aggregazione e formazione. Dunque questi film utili, "belli e dannati" (cioè controcorrente) facciamoli girare il più possibile: "Welcome" (come "Umberto D") è un graffio nell'anima - per chi ci crede - o nel cuore. Non se ne esce senza entrare in crisi almeno un po'. Vi pare poco di questi brutti tempi?
Libri
"Black italians" 39 storie meticce
Non sono abbastanza informato per astrologare sul caso Balotelli ma ho un minimo di "espizia" (quel mix di esperienza e malizia che l'età dovrebbe assicurare) per sospettare che se Mario Balotelli fosse bianco - o meglio rosa - almeno il 79 per cento delle polemiche non sarebbe avvenuto.
Credo utile in questo contesto proporre la lettura di un libro che, al solito (cioè come accade ormai, nel 90 per cento, per i testi ben fatti, intelligenti e controcorrente) è passato inosservato quando, nel giugno 2006, è uscito. Recuperatelo magari in biblioteca; aggiungo che l'autore - ove mai qualche società sportiva o scuola volesse invitarlo - è un piacevolissimo oratore.
Anche chi poco s'appassiona di sport si sarà imbattuto almeno una volta in Fiona May. Grande saltatrice in maglia azzurra ma nota anche per le lacrime e il "Gianni ti amo" in diretta tv dopo il titolo vinto nei mondiali del 2001 (poi per martellanti spot che indottrinano le mamme frettolose su come alimentare le creature). Di quella sua spontaneità nessuno le fa colpa. Qualche frecciata invece meriterebbe la banalità dei cronisti sportivi che per oltre 10 anni non si sono persi occasione per ripetere che la May ha "gambe da gazzella". Dietro la frase fatta almeno una punta di razzismo è certa. Come confermano molti altri episodi simili, o peggiori, in campo sportivo.
La saltatrice anglo-giamaicana ha acquisito la nazionalità italiana per matrimonio [in fretta, forse per qualche pressione della Federazione di atletica]. Altri "Black Italians: atleti neri in maglia azzurra" - così titola questo bel libro edito da Palombi - sono cresciuti o nati qui eppure quel colore della pelle, così poco consueto da noi, ancora inquieta qualcuno. Ha voluto prendere di petto la questione Mauro Valeri: sociologo e psico-terapeuta, appassionato di sport e con una piacevole scrittura, ha diretto l'Osservatorio nazionale sulla xenofobia per 4 anni. Questo libro, come il precedente . "La razza in campo: per una storia della rivoluzione nera nel calcio", Edup nel 2005 - è anche un omaggio al figlio Davide, insultato perché meticcio.
Sono 39 le storie - di uomini per lo più - che Valeri ha raccolto e propone. La scelta è semplice: tutte/i hanno indossato la maglia azzurra o vinto titoli importanti in Italia: 10 per meriti pugilistici, 19 nell'atletica leggera e 10 in vari sport [2 nel basket, 2 nel calcio, 2 nel cricket e 4 in sport decisamente meno noti]. E neanche sono tutti: manca a esempio il cestista Carlton Myers che all'olimpiade di Sidney fu il porta-bandiera. Neri, beige o quasi bianchi… ma tutti "black" per Valeri perché quel che gli interessa non è evidentemente il pigmento ma l'idea che esista anche in Italia "una linea del colore" oltre la quale scatta il pregiudizio.
Quasi tutti questi protagonisti con il razzismo, aperto o strisciante, hanno dovuto fare i conti. L'ostacolista Ashraf Saber, nato in Italia, ma con padre egiziano come Michele Gamba, cognome decisamente italiano ma "meticcio" per madre; il giovanissimo Kvin Ojiaku e l'oriundo Marcelo Damiao; il figlio di un migrante [ma nato e cresciuto a Bologna] come Ali Abdulwahed Kaja e Mouhaned Ali El Adibo detto Momo, pure bolognese ma "sono un bastardo" si definisce con ironia. Chissà se per quelli che vaneggiano di radici e razze - magari rivestite di etichette più ipocrite - vanno considerati italiani "doc" Koura Kaba Fantoni, arrivato qui quando aveva 2 anni, e Sara Sow che è nata in Emilia ma da padre senegalese.
Storie scavate a fondo ma sempre inquadrate in un contesto molto più ampio del presente [gustosa la scoperta di atleti neri in maglia azzurra… addirittura nel 1924] e oltre i confini, pur così ampi, dello sport.
Questo libro va letto assieme al precedente "La razza in campo" di cui "Carta" ha già parlato e al successivo testo di Valeri, passato sotto silenzio, "Rapporto su razzismo e antirazzismo nel calcio" [Panafrica, 2006]. Forse il primo titolo non vi pare politicamente corretto con quel "razza" ma ricordava l'autore - citando Cornel West - "la razza continua a contare per i razzisti e anche per i razzializzati". Le 688 pagine di "La razza in campo" mantenevano quel che era promesso nel titolo e in quarta di copertina, "aiutare a comprendere fenomeni sociali" attraverso la storia del calcio. Poche le storie note [Pelè o Eusebio] tante le dimenticate: da Josè Lendro Andrade all'ultimo gol del 37enne Obdulio Varala o al "black italian" Joseph Dayo Oshadogan, primo a indossare la maglia Under 21 ma anche vittima degli insulti razzisti di un arbitro. Se faticate a trovarli si possono ordinare all'indirizzo panafrica@tiscali.it .
Molto sport e storie di vita ma anche società, politica, economia dunque in "La razza in campo" come nelle 382 pagine di "Black Italians": incontrerete nelle pagine il martire sudafricano Steve Biko e il poeta Aimè Cesaire, i marrons [gli schiavi fuggitivi], la rivolta di Zumbi nel 1695, la strage di algerini a Parigi nel 1961, il rogo che uccise il 22 maggio 1979 a Roma il somalo Hamed Alì Jamal. Tre bei libri di sport e di storia sociale dunque. Da leggere e da far girare. Qui a "Carta" abbiamo già avanzato la nostra proposta e ora… la triplichiamo: sarebbe bello che per i "buu" [o molto peggio] razzisti dei tifosi le società invece di pagar la multa alla Federcalcio fossero obbligate a regalare, che so, 12 mila copie di questi libri alle biblioteche e alle associazioni sportive come a quelle culturali.