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Report Festival Indipendente People Involvement Frigento

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Report Festival Indipendente People Involvement
Frigento 14 agosto 2010


di Michele Montagano


Prima di tutto vorrei precisare che, come la maggior parte delle persone, anch'io non ero a conoscenza di dove fosse Frigento, un paese in Campania in provincia di Avellino di circa 1200 abitanti. Eppure sono in luoghi come questo che con una buona organizzazione si può assistere ai concerti migliori. Veniamo a sapere del festival su internet circa un mese prima del suo svolgimento e mi sento subito entusiasta della line up; stimo già da subito gli organizzatori, sopratutto quando, in fondo al programma, leggo "ingresso gratuito". Inizialmente non conosco gruppi come Valentina Dorme e Cielo di Bagdad se non di nome, rimedio ascoltando qualcosa sui rispettivi myspace e sul tubo. Ci aspetta una bella trasferta, oltre cinquecento chilometri tra andata e ritorno, ma il gioco varrà la candela. Durante il viaggio in macchina trovo casualmente una vecchia rivista, con guarda caso, la recensione del Cielo di Bagdad. Non sembra dare al gruppo grande fiducia, rimediano appena un voto mediocre. Arrivati a Frigento, tra sbalzi d'umore del navigatore, possiamo già accorgerci di come siano ben organizzati. Le strade sono controllate da un gran numero di personale che gestisce il traffico intorno al campo sportivo, dove a breve si sarebbe svolto il festival. Appena entrati, notiamo dei volantini con esposti gli orari di ogni gruppo, chiaramente si pensa subito possano essere orari indicativi e che poi come al solito non vengano rispettati, ma sbaglio.

Nonostante si cominci con un po' di ritardo, il festival terminerà quasi in perfetto orario. I primi a suonare erano I Guernica , gruppo locale formatosi nel 2002, noi però sfortunatamente arriviamo che sul palco sono appena saliti Il Cielo di Bagdad. L'impressione che mi danno è di essere una cover band dei Sigur Ros. Pezzi strumentali che trasmettono pace e armonia, ma non solo, con l'uso del crescendo, tipico della band islandese sopra citata, vi è un'esplosione emotiva di suoni che rimanda a rabbia e frustrazione. Dopo circa tre quarti d'ora di concerto Il Cielo di Bagdad saluta e ringrazia per lasciare il palco ai Valentina Dorme.

Mi allontano un attimo avvicinandomi al bancone dell'associazione alla ricerca di un poster della giornata, e qui vengo a conoscenza del vero significato di questo festival. Uno dei ragazzi dello stand oltre a porgerci i poster, ci tiene a darci qualche informazione dopo averci chiesto da dove venivamo. Il festival nasce grazie all'associazione People Involvement che si batte contro l'abuso di droghe e alcool tra i giovanissimi, avendo Napoli e Secondigliano a due passi, il ragazzo ci spiega che la situazione è molto seria.


Valentina Dorme

Valentina Dorme

Troviamo il personale all'interno del campo sportivo davvero molto disponibile e ben organizzato. Sul palco arrivano i Valentina Dorme, gruppo trevisano nato nella prima metà degli anni novanta da un idea di Mario Pigozzo Favero. Testi molto belli, un sound devo dire molto vicino a quello dei Rossofuoco di Canali, ma meno ruvido e più melodico, la voce è tenuta un po' bassa rendendomi stimolante l'ascolto nel cercare di riuscire a cogliere i testi delle canzoni che Favero introduce in modo a volte enigmatico. Anche loro dopo poco meno di un' ora abbandonano il palco per dare spazio agli Zu. Complessivamente, dopo aver ascoltato questi due gruppi che non conoscevo, rimango abbastanza soddisfatto, soprattutto dalla buona prestazione dei Valentina Dorme, una band, si nota subito, con molta esperienza alle spalle.


Quando gli Zu salgono sul palco la folla si anima e la visibilità diventa minima, grazie al gran polverone alzato dal pogo selvaggio delle prime fila. In tre, sax baritono, batteria e basso, un suono pieno ed estremo, suoni che danno l'impressione di essere perfette come colonna sonora di scene cinematografiche ansiogene e claustrofobiche.

Zu

Un muro di suoni granitico, tenuto insieme da un sottofondo di basso continuo, da una batteria prodigiosa e un sax in controtempo. Problemi tecnici per il trio; il microfono del sax che cade in continuazione e la tracolla del basso che si stacca improvvisamente, piccola pausa per sistemare i disguidi e poi ancora giù, con un sound che sembra prenderti a pugni in faccia.

In scaletta anche "Maledetto sedicesimo" brano contenuto nella compilation di Agnelli il paese è reale. Guardando innanzi a me vedo a qualche metro di distanza Nicola Manzan, alias Bologna Violenta, il polistrumentista del Teatro degli Orrori, anche lui con noi sotto il palco, a sentire gli Zu, con i quali il Teatro ha registrato in 666 copie una collaborazione. Seguendolo con lo sguardo vedo che si dirige dietro il palco, dove si può intravedere, oltre a Piepaolo Capovilla che barcolla salendo le scale, Federico Fiumani, il prossimo ad esibirsi in questa grande giornata di musica. Oltre a Manzan incontro un altro spettatore "d'onore": un Giorgio Canali che si sposta tra le persone con fare anonimo. Colgo l'occasione per fermarmi a salutarlo. Lo trovo molto eccitato e entusiasta di questo festival.

Federico Fiumani Diaframma

Chiedendogli cosa pensa di questa giornata, risponde che la trova una bellissima situazione e che è molto felice di partecipare ad un evento del genere con grandi nomi della musica italiana. Poco dopo incontro Andrea Appino, frontman dei Zen Circus, uscito insieme a Ufo per farsi le foto di routine con i propri fan. È molto interessante vedere come queste persone restino ancorate con i piedi per terra, nonostante la svolta della semifama. La folla si riaccalca velocemente sotto il palco; è la volta di Federico Fiumani e dei Diaframma, storica band fiorentina degli anni'80 la quale non penso abbia bisogna di presentazioni.

Il gruppo apre con la bellissima e coinvolgente "Gennaio", seguendo con "l'Odore delle rose" la mitica "Siberia" e così discorrendo, un buon repertorio di canzoni dal sound ancora più che attuale. Fiumani non si sbilancia mai, un concerto tecnicamente perfetto, nessuna, o quasi, parola verso il pubblico, tranne alla fine quando dice che è possibile acquistare i suoi cd alla modica cifra di cinque euro. Proprio da qui si evince un gruppo mai sceso a compromessi col mercato discografico. Emerge anche il senso di abbandono all' affermazione totale , provato da Fiumani e descritto da lui stesso nelle sue interviste e biografie.


A salire sul palco, dopo un velocissimo soundcheck, ecco Giorgio Canali con i suoi Rossofuoco. Una formazione un po' diversa; alla batteria al posto di Martelli il figlio diciasettenne dell'ex Frigidaire Tango, Steve Dal Col. Onestamente seguo da un po' l'ultimo progetto dell'ex CCCP e CSI e quindi sono abituato al suo cinismo vecchio stampo, sfortunatamente c'è sempre chi lo fraintende insultandolo. Apre il concerto con "Mostri sotto in letto" in cui si perde e salta una strofa, per la quale si scuserà con il pubblico promettendo che la canzone seguente sarebbe stata "fatta meglio". Il ragazzo alla batteria, giovanissimo, intanto, già dalla prima canzone, dimostra di che pasta è fatto e sembra reggere bene il confronto con Luca Martelli.



Anche con la seguente "Tutti gli uomini" , Giorgio sembra non riuscire a coordinare voce e la propria chitarra. Dopo qualche altro pezzo ("Alè ale" e "Rossocome") per prendere confidenza con il pubblico e la sua testa col microfono, con le sue immancabili testate, finalmente ingrana e ci propone dal primo disco, il fragore di "100000" canzoni d'amore, cui segue "Questa è la fine", un crescendo di cinismo e rabbia concentrate .

Giorgio Canali e Rossofuoco

È la volta di brani dall'ultimo album: la calma e poetica ballata "Lezioni di poesia" (dedicata a una persona scomparsa quello stesso giorno che a detta di Canali "ha coltivato la migliore erba del mondo senza sapere che cazzo fosse") e "Nuvole senza Messico" che tra "esercizi di stile che scorrono nelle vene", cita e parodia il cantautorato italiano. Tra un Pastis rovesciato da Greco (Testa di fuoco), che vede sottrarsi per punizione la sua peroni, e una dedica di "Precipito" a "un eroe di merda dei nostri giorni", il quale si vendica con problemi al microfono, costringendolo a fermarsi per poi riprendere, il concerto continua con l'inedita "Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio", che tra armoniche psichedeliche e bestemmie, resta uno dei pezzi più validi dell'intera serata.

Giorgio Canali saluta il pubblico e "dopo le cariatidi" lascia il palco ai giovani Zen Circus, un gruppo esploso negli ultimi anni, ma che vanta all'appello ben sei dischi e collaborazioni eccellenti come Kim e Kelly Deal (Pixies e Breeders), Jerry Harryson (Modern Lovers, Talking Heads; a detta del frontman Appino:"il momento più alto della nostra carriera, il più basso della sua") Giorgio Canali e Brian Ritchie (Violent Femmes). Come al solito i tre allegri pisani aprono il concerto con la registrazione di vari comizi padani e tg del nord a cui segue l'inno di Mameli che introduce "Gente di merda".


Segue "Vecchi senza esperienza" e "Colombia" uno dei pochi pezzi presentati, non appartenenti agli ultimi due album.Come nelle altre volte che li ho visti, posso confermare che gli Zen Circus dal vivo mantengono sempre una buona attitudine punk che coinvolge fortemente il pubblico. Il loro fare satirico e provocante è ormai il loro marchio di fabbrica. "Benvenuti vecchi senza esperienza al circo Zen, quanti ventenni abbiamo qua?" introduce così Andrea Appino , "20 anni", penultima traccia di "Villa Inferno". Seguono dall'ultimo disco, "Andate tutti Affanculo", l'omonima traccia , "We just Wanna Live" (proposta anche a Erba davanti radio Maria) "L'egoista" e "Vuoti a perdere" in cui si coglie l'occasione per salutare Nada che ha collaborato al brano su disco.


Appino The Zen Circus

Segue uno dei pezzi tornati recentemente in scaletta, "Fino a spaccarti 2 o 3 denti" direttamente da "Life and opinions of Nello Scarpellini, gentleman" del 2005. Dopo aver chiesto quanti ventenni vi fossero tra il pubblico, l'aver preso confidenza con la folla porta a chiedere quanti figli di puttana siano lì a sentire i Zen Circus, con "Figlio di Puttana" i tre ringraziano l'organizzazione per avergli permesso di esibirsi "con gruppi della madonna che non sono come loro gruppi della puttana". A chiudere, prima di lasciarci "nelle mani sante di Benedetto sedicesimo e i suoi papa boys", un pezzo "che non potevamo conoscere" la grandissima "Sailing Song" da "Doctor seduction" tornata anch'essa recentemente in scaletta.

Assoli a non finire per un pezzo che riassume per intero l'estetica musicale di una band che vivrebbe interamente la propria vita su un palco e in mezzo ai fan. Alla fine del brano Appino si arrampica sull'americana continuando a cantare frasi indistinte illuminato dai fari e dai flash dei fan entusiasti per una band che nell'ultimo periodo ha saputo accaparrarsi tra le sue file, fan di diverse generazione, a discapito magari di uno stile ricercato che con l'ultimo disco sembrano aver abbandonato.

Teatro degli Orrori

Intanto mi rendo conto di quanto sia aumentata l'affluenza di persone verso la sera. Il campo ora sembra piuttosto gremito. Il Teatro si lascia attendere un bel pò per il cambio degli strumenti ma finalmente verso l'una Capovilla e soci salgono sul palco. Premesso che ritengo il Teatro degli Orrori uno di quei gruppi che dal vivo ha una grande carica live, sono però convinto che alla lunga lo spettacolo risulti ripetitivo. Magari è un problema di tutti i gruppi, soprattutto se come me, gli si è visti appena qualche giorno prima, ma penso che la formula proposta in questa lunghissima tournèe sia sempre la stessa. Si inizia con "Due", come sempre la compattezza e potenza del loro sound trascina il pubblico come un'onda.

Poi è la volta di "Per nessuno" pezzo unicamente scaricabile da I tunes o da pogare dal vivo. Si prosegue con una "canzone triste e malinconica che narra del fallimento della propria generazione"; ritengo "È colpa mia" uno dei brani più belli e validi del secondo album, disco, dai toni molto politici e il sound più melodico, rispetto al pugno allo stomaco che fu "Dell'impero delle Tenebre".

Capovilla introduce Kensaro Wiwa e la titletrack del secondo disco "A sangue freddo" mentre il pubblico in delirio canta con lui. Dopo la recita del "Majakovskij", un brano del primo album "Il turbamento della gelosia". Poi la commovente "Canzone di Tom" dedicata allo scomparso Tom Dreyer. Capovilla come al solito molto loquace, stranamente più sobrio del solito intona e porta a compimento senza sbiascicare le parole di "E lei venne" dopo la quale decide di spendere due parole per spiegare che è tratta dal Vino dell'assassino di Charles Baudelaire.

Suonando forse un po' ipocrita, il frontman del Teatro sottolinea il messaggio del festival, ammonendo i giovani sull'abuso di sostanze stupefacenti e alcool. A concludere il concerto e la serata l'emozionante poetica e proverbiale "Die Ziet" col violino di Manzan a cullare la notte.

Una giornata memorabile, più di sette ore di concerto, un atmosfera particolare che permeava anche i singoli membri dei gruppi , alcuni dei quali (Canali, Zen Circus e Teatro degli Orrori) appartenenti alla stessa etichetta indipendente, che manifestavano un rapporto di amicizia, complicità e completa apertura verso i fan. Un festival organizzato nei minimi dettagli, a detta degli organizzatori una scommessa nel portare al sud gruppi non così conosciuti come possono essere in altre parti d'Italia. Io penso che la scommessa sia stata vinta e attendo trepidante la prossima edizione.


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